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Qui di seguito vi propongo un'intervista  in occasione della mostra a Civitella d'Agliano (VT) di fine Ottobre 2003, per un editoriale sul quotidiano locale.
Declino ogni responsabilità sulla difficoltà delle domande: mi ci sono 'rotto la testa' un bel po' prima di rispondere. Comunque ho deciso di proporvela per dare qualche elemento in più per chi abbia qualche interesse a sapere chi sono.

C'è una data d'inizio nella tua attività di fotografia?

Non c'è una data d'inizio della mia ricerca fotografica; o meglio, non ritengo sia delineabile. Sicuramente un punto di svolta è stato la conoscenza di Tony d'Urso (dal 1974 fotografo della compagnia danese Odin Teatret di Eugenio Barba), avvenuta casualmente due anni fa in salento.


Quali sono i modelli e le fonti della tua opera? Qual è il tuo artista preferito?

Il mio artista preferito è anche il mio amico e maestro Tony d'Urso. Non ci sono modelli o canoni precisi che determinano la mia fotografia. La sintesi della mia attività teatrale e della fotografia può essere considerata come un punto imprescindibile per capire quello che voglio esprimere.
Ritengo, inoltre, fondamentale la compartecipazione dello scatto e della stampa nella nascita della foto, due momenti entrambi essenziali e assolutamente personali. Per questo, ovvero per esigenze pratiche, oltre che per predilezione estetica, lavoro sul bianco e nero.

Quali sono i canoni estetici che prediligi in una fotografia?

Non ci sono canoni esteci che prediligo in una fotografia. Prediligo sicuramente la rappresentazione di se stessi in una fotografia, indipendentemente dal soggetto o dal colore e detesto i tecnicismi e le procedure cervellotiche, quando queste portano alla 'spersonalizzazione' ed alla pretenziosità dell'opera. Non è un elogio alla semplici(stici)tà, ma all'onestà verso il pubblico ed alla volontà di mostrarsi a nudo attraverso un'opera figurativa: credo sia la precondizione necessaria per l'opera d'arte.

Qual è la forma d'arte che, secondo te, rappresenta meglio il contemporaneo?

Qualsiasi forma d'arte può (e deve) rappresentare il contemporaneo

Qual è il tuo parere sulla cultura nazionale contemporanea? E quella internazionale?

La domanda è vasta e richiede una conoscenza di troppi campi, che io non ho. Posso rispondere dicendo che nella mia esperienza le forme d'arte contemporanee che prediligo sono quelle in cui avviene un superamento dialettico del passato, cioè in cui si percepisce un percorso di ricerca che ricomprende sinteticamente ciò che è stato e si muove nella ricerca di qualcosa di sconosciuto, in un processo dinamico vivo animato dalle pulsioni della propria energia. Spero di non essere troppo astruso…


In che misura il passato (autobiografico o sociale), nella sua totalità cronologica, è contenuto nella tua opera e in che misura viene deliberatamente citato o suggerito?

Il mio passato cronologico è presente nella sua totalità in quello che faccio. O meglio, questo è quello che cerco di fare, non necessariamente attraverso precisi riferimenti descrittivi. Provo a rappresentare me stesso e questo implica che in ogni mia opera sia presente tutto ciò che nel tempo mi ha determinato.

Stephen Greenblatt definisce il contemporaneo un "dialogo con i morti", cosa suggerisce in te questa frase?

"un dialogo con i morti": non so cosa intenda l'autore. Per quanto mi riguarda condivido questa affermazione nell'ottica di quanto detto nei punti precedenti, cioè che un'opera d'arte deve ricomprendere in sé il passato e superarlo dialetticamente.


Qual è la tua idea di 'cultura di massa'? Il tuo è un parere positivo o riduttivo?

Marx diceva: "La cultura dominante è la cultura della classe dominante". Il modo di produzione capitalistico, basato sulla produzione per la produzione, e, dunque, sulla realizzazione dei valori di scambio, non può che esprimere la necessità della classe borghese di vendere più merci possibili. Questo fa si che la cultura dominante o 'di massa' esprima questa necessità, o meglio, che ne sia il suo principale strumento, da un lato per spingere al consumismo, da un altro per ottenebrare le coscienze. Non è un giudizio intellettualistico, ma una semplice constatazione. In base a quello che ho detto sopra, penso sia chiaro cosa ne penso della cd. 'cultura di massa'.

Credi che la libertà di rappresentazione del reale, o dell'immaginario, sia comunque legata a forme e stili fissi, comunemente condivisi fra spettatore e autore, e che, dunque, chi presenta l'opera deve porsi necessarie questioni teoriche? Per chiarire, rifletti sulla necessità di veicolare un certo tipo di messaggio (su diversi livelli semantici) attraverso la tua opera o preferisci chiuderti cripticamente e non fornire chiavi di accesso?

Sarò ripetitivo, ma io credo che il dare se stessi attraverso l'arte, senza barriere o presunzione, in qualsiasi sua forma, possa venir compreso da chiunque. Non necessariamente capito, ma intuito a livello 'sub-addominale', provocando una scossa interiore. Del resto è ciò che è successo a me vedendo l'Odin Teatret per la prima volta, da totale profano, e che continua a succedere ad altre persone 'non addette ai lavori'. La 'cripta' credo che attenga alle persone che non vogliono dare nulla agli altri, e che difficilmente io definirei artisti.

La tua è una forma di fotografia comunicativa diretta o introspettiva?

Credo (e spero) che la mia forma fotografica non possa essere catalogata né come diretta, né come introspettiva. Rappresenta me stesso in ogni sua manifestazione e spero (e credo) che sia comunicativa.

Il discorso che porti avanti si può definire una revisione e critica della forma o magari del contenuto? Ossia, privilegi, nella tua opera, l'azione (legata alla tecnica), o l'idea (come espressione di concetti personali)?

I soggetti che rappresento non sono granché astratti o di difficile comprensione, non criticano forme o rivedono contenuti altrui, ma cercano di rappresentarne di miei. Quelli che presenterò alla mostra sono stampe teatrali sul teatro di ricerca e, per quello che capisco della domanda, sono presenti entrambi gli aspetti di azione e d'idea.


Qualora ti ponga al di fuori della cultura di massa, come osservatore esterno e critico, perché senti il bisogno di esprimere le tue idee in un genere inflazionato e codificato come la fotografia? Da dove nasce lo stimolo a fotografare?

Qui credo che una citazione di E. Barba possa sintetizzare al meglio quello che penso: 'Credo che se continuo a fare teatro è perché esso mi permette di incontrare uomini e donne che non si sentono a loro agio nelle loro condizioni e continuano ad alzarsi in punta di piedi come se un giorno potessero volare'. Questo applicato alla fotografia.

Quanto credi sia importante il sapersi raccontare, esprimersi, condividere un linguaggio comune, nella cultura contemporanea?

Non so se ho capito bene la domanda. Comunque credo che sia un elemento essenziale il condividere esperienze in generale fra gli artisti. Credo che il linguaggio comune, inteso in senso metaforico, sia la condizione necessaria per tale condivisione, dove per linguaggio comune intendo quel qualcosa che ti spinge alla conoscenza ed al 'baratto' di reciproche emozioni ed espressioni, in una parola: alla necessità di rapporti umani. Se per linguaggio comune si vuole intendere un denominator comune che porta a chiusure e settarismi, credo che questo sia pericolosissimo.

La tua tecnica espressiva è anche ricerca-scoperta di nuovi metodi?

E' ricerca di me stesso, attraverso gli altri. Dunque in questo sicuramente possono entrare nuovi metodi tecnici. Le modalità d'espressione sono certo nuove, perché singolari in quanto attengono alle mie peculiarità individuali.